Alessandro Cortesi OP

Che cos’è una teologia domenicana? Cerco di rispondere alla domanda proposta dalla redazione Wort und Antwort non senza qualche perplessità. Rifuggo da definizioni identitarie che rischiano di essere modelli teorici senza riscontro nella vita e portatrici di contrapposizioni e pretese di superiorità. Trovo talvolta annoianti espressioni del tipo: ’noi domenicani non siamo come i gesuiti… la preghiera domenicana non è come quella benedettina…‘.

Per questo la domanda sui caratteri di una teologia domenicana mi pone in difficoltà: in questi ultimi mesi ho scritto una prefazione ad una ricerca di un amico frate domenicano direttore di un prestigioso istituto di ricerca, riconosciuto come autorità a livello internazionale sui temi del recente Sinodo sulla famiglia (2015). Nel suo studio articolava una lettura di san Tommaso in rapporto ai temi dibattuti e alle situazioni attuali per offrire un contributo a scelte di apertura e di ripensamento della dottrina. Ma il suo studio ha visto la reazione scomposta di altri frati, anch’essi domenicani, che occupano posti di rilievo in sedi accademiche dell’Ordine che pensano la dottrina come immutabile e astorica e chiedono la conversione della mente e del cuore dell’autore. Che tristezza! Qual è la teologia domenicana in questo caso? Fare teologia non implica forse proprio accettare la libertà di un pensiero che s’interroga sulla vita e si pone non come ultima definizione, ma come parola provvisoria, ricerca di fronte a Dio per liberare la vita di chi è oppresso?

Penso quindi che teologia sia sostantivo che si declina al plurale: teologie quindi, in rapporto alle esperienze di fede ai tempi e ambienti di vita. Teologie nei contesti, nei tempi che cambiano, in situazioni diverse, non pensiero autoreferenziale e presuntuoso, ma ricerca capace di dubbio, di ascolto, di discussione. Cammino di interrogazione e di incertezze.

Non mi sono mai sentito teologo nel senso di possedere un ruolo da riconoscere. Mi sono invece sempre sentito teologo nel condividere la fede con altri, in atteggiamento di ricerca. Compagnia nel cammino può essere chi dedica il suo impegno principale allo studio di discipline teologiche, chi opera nella vita delle comunità, chi svolge il suo lavoro e ha impegni diversi ma s’interroga sul senso del proprio quotidiano, chi cerca di vivere la fede in modo consapevole e si lascia provocare dalle inquietudini del tempo e chi non condividendo la mia fede condivide l’amicizia, la fatica del vivere, la vita nella sua complessità.

Per fare teologia c’è bisogno di studio, sì, ma per prepararsi ad essere in grado di condividere, per rendersi capaci di cercare insieme ad altri, uomini e donne, il senso e la chiamata del vivere cristiano oggi, per varcare i confini stabiliti, per intraprendere cammini comuni. Lo studio in una ricerca di Dio per essere capaci di condivisione di umanità e di divenire umani.

Per me questo significa essere apprendista teologo e rimanere tale: questo forse è il cammino. Ho insegnato e operato in diversi istituti teologici, ma sono convinto che teologia possa sorgere come esperienza in collegamento alla riflessione e come inquietudine di vita, nelle relazioni, negli incontri, nell’accogliere domande per pensare la fede nel cammino. E non può andare senza un continuo riferimento alla prassi.

Marie Dominique Chenu dava una definizione di teologia come intelligenza della fede solidale con il proprio tempo. Per me è stata ed è innanzitutto esperienza della fede che diviene espressione di una spiritualità come unione di fede e vita, partecipazione all’avventura umana in tutte le sue forme. Teologia si delinea come impegno di intelligenza, di interrogazione, per ‚leggere dentro‘ la Parola di Dio nei molti modi in cui ci raggiunge. C’è Parola di Dio nella Scrittura, nella vicenda di Israele e nella memoria di Gesù testimoniata e giunta a noi. C’è Parola di Dio nelle parole di credenti e di non credenti, nella vita e nei libri di persone di altre tradizioni religiose, dei sapienti e di tutti coloro che nutrono una ricerca. E così pure Parola di Dio giunge dalla vita dei piccoli e di chi è vittima oggi dell’ingiustizia e dell’iniquità, dalle vicende dei popoli. Gli incontri quotidiani con le persone riflettono un raggio di quella luce che illumina ogni uomo e donna che viene nel mondo. C’è Parola di Dio nei processi pur contraddittori della storia ed essa è da leggere nel libro della natura di cui scopriamo sempre più essere parte, nei movimenti della creazione.

Quello che si scrive con tanta fatica e trova pubblicazione in libri può finire in biblioteche polverose dove potrà trovare oblio e costituire al massimo alimento da rosicchiare per qualche topolino. Ma forse proprio questo è preferibile quale esito del fare teologia. In fondo un topolino che trova da mangiare è una creatura che trova di che vivere. E forse la teologia non ha altro fine che questo: poter essere un contributo perché qualcuno abbia la vita. C’è una teologia che sorge dal quotidiano della vita e che può nutrire il quotidiano della vita di altri. Questa immagine evocativa di una donna teologa italiana Adriana Zarri mi ha sempre sollecitato (Teologia del quotidiano, Einaudi 2012).

Nella mia limitata esperienza trovo motivo di impegno nel pensare che san Domenico aveva a cuore le persone. Era capace di provare compassione, di non restare indifferente. Si lasciava toccare dai drammi di uomini e donne anonime, le persone che incontrava e di cui aveva imparato a conoscere le fatiche. Il suo carattere lo rendeva sensibile alle parole umane, quelle pronunciate e quelle custodite nei cuori, e capace di piangere per gli altri. Sapeva ascoltare nelle loro vite un messaggio di vangelo, di buona notizia, scorgendo nella loro vita il farsi vicino di Dio.

Fare teologia per me ha sempre significato cercare di mettere insieme la speranza che viene dalla fede e l’ascolto dei percorsi dei volti e delle storie delle persone di questo tempo. La bella notizia del vangelo non è nostro possesso ma ci raggiunge, dalla Parola e dalla storia. Ci spinge a tornare alla ricerca di voci del passato, per riandare ai testi biblici, per rileggere le testimonianze e per interpretare le vie del futuro, ma anche per aprirci ad una lettura di altri testi, di altri orizzonti dove lo Spirito precede. Ho sempre pensato che teologia non è portare qualcosa, formulazioni ricevute ma accogliere e rileggere l’esperienza della testimonianza della fede in contesti sempre diversi per aprire cammino, per lasciare spazio al correre della Parola, al suo crescere oltre i confini. E‘ valorizzare i segni della presenza di Dio e dell’agire dello Spirito che ci raggiunge da fuori l’accampamento: nelle parole e nelle inquietudini di chi è sensibile, nell’esperienza di chi soffre, nella normalità di vite che sperimentano la comune condizione umana nell’amare soffrire, gioire, sperare.

Fare teologia per me ha senso in relazione ad un percorso di vita per cui è importante preoccuparsi delle piccole cose che sono il tessuto della vita e con la preoccupazione che la propria esperienza trovi modo di essere respiro e apra strade di vita e di liberazione per altri. Se anche questa potesse essere considerata teologia domenicana sarei contento…

 

Categories: Beispiel-Kategorie

Leave a Reply

Be the First to Comment!

Notify of
avatar

wpDiscuz

Copyright ©2017 Dominikanerorden

 Lindenstr. 45, 50674 Köln      +49 (221) 58070000